domenica 14 agosto 2016

Senza titolo


Ci dividiamo il mondo.

Scherzi, vero?

Va bene.

Ti darò il mio.

Aspetto.

SimonaMadf 2016



Il riposo della mente


... ma la colpa l'ha sepolto!
Soffre piano
quasi una danza sulle punte.
Basta pensare
... suonare.

SimonaMadf 2016


domenica 7 agosto 2016

Quella finestra


Arterie di piacere


penetrano


sui riflessi 


di un momento.


E tu, dove sei?


SimonaMadf2016




lunedì 25 luglio 2016

L'addio


Gridò.

Seguii le tracce


nelle nuvole gonfie di pioggia.


Il silenzio aveva acceso il male,


indurito,


prosciugato.


Non poteva.


Pensai ... 


Non può essere...


SimonaMadf 2016



domenica 27 marzo 2016

Primo Levi, Tracce




Tracce


Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.
Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita:
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

Primo Levi. 16 dicembre 1986

martedì 5 gennaio 2016

Gli altri

I matti sono apostoli di un dio che non li vuole
Simone Cristicchi





Li guardavi da lontano e non pensavi a loro. Indistinti, talvolta richiamati alla mente, mai a invadere i pensieri,  a occuparli nei momenti di vuoto, di pausa. Gli altri erano lì e di loro non te ne importava niente.

Poi hai imparato a riconoscerli, a distinguerli tra la folla, i tratti si sono fatti più chiari, il profilo sicuro a tagliare lo sguardo curioso e perso.

Sei gli altri. Uno di loro.
Ora sei gli altri.

Hai avuto paura, brancolante fino al limite della pazzia dimenticando la strada del ritorno, una folle bestia ha strappato latrando un cervello rapito e lo ha nascosto come preda di caccia.

Sono lì, in mezzo alla folla degli altri, li guardo negli occhi e mi specchio nei loro, fantasma indistinto tra soprabiti lisi, usati, martoriati.

Passeggiano di notte  in strade senza luce, senza ombre o mani a cercare un appiglio.
Inghiottono il buio senza guardarlo in volto, non cercano mani solo un posto al riparo da occhi vitrei giudicanti.
Confusi tra pareti sudice di sangue schizzato di vita crudele … camaleonti involontari, nessuno li vede, nessuno.

Solo. Un altro degli altri.

Parli parole incomprensibili, tortura di voce senza suono, senza senso.

Nessun sorriso.

Sei altri, certo di partorire bugie bloccato in una realtà che non ti appartiene, ormai estraneo al mondo che ti ha sputato via.

Sei diventato gli altri, forse già lo eri.

Orrida creatura senza diritto di respirare.
Senza valore, sentimento, dignità.
Gli altri, gettati in un labirinto di indifferenza.
Nuotare nella piscina dell’immondizia umana, lasciarsi seppellire dai rifiuti e scendere giù … con gli altri come te fino a soffocare.
Lo sapevi cosa succedeva agli altri, non li guardavi dal tuo riparato privilegio di un bene spontaneo, sicuro.

No, non sei come loro, non vuoi esserlo.

Uno qualunque
Indegno
Un colpo di spugna
Un tratto di penna nera
Una spunta
Un foglio strappato
Una cicca pestata
Uno sputo
Un fantasma

In fondo è facile sparire, a un passo dagli altri è il nulla. Un’essenza ai confini del buio, un’ essenza senza più corpo, senza corpo né anima.

Quando sei gli altri non sei più.

Ombra che vaga vuota in equilibrio su un fiato sospeso, zoppicando in un'esistenza senza senso.

Sei gli altri.
Non hai speranze e aspetti che arrivi sera.

La vera amicizia non è schiava del tempo e dello spazio, la
distanza materiale non può separarci davvero dagli amici!

 R. Bach

venerdì 21 agosto 2015

Fuori metafora 2: incomprensioni

... e il tempo passa, passa ma si dimentica di far pulizia, di portare tutto via con sé,
ancora avido di speranze,
dovrò consolarlo e convincerlo della cattiveria del mondo




Non c’è stato mai un momento preciso in cui tutto aveva inizio, non accadeva mai così, i momenti scavavano dentro fino a costruirsi da sé, cumularsi, capirsi, arrovellarsi per poi, infine, esplodere. Il dolore ha logorato un animo forte, così credeva di essere, la sua energia veniva da fuori, una combinazione di parole amiche e di un passato, quel passato che lima il carattere e i sentimenti, indica cosa fare, come soffrire o come ridere, una combinazione. Parole amiche e passato.

Non c’è stato un momento preciso in cui la bilancia pesasse più da una parte, rendendo l’animo resistente e leggero, tanto leggero da farlo volar via. A passi lenti l’animo non ha retto più e gradualmente la forza richiesta è diventata tristezza. Il peso del dolore, quel male di morte, di attese, di malattia, di incomprensioni, accuse, promesse  è diventato obeso, si è dato appuntamento tutto in un grande sacco e … In quel momento non ci si accorge di nulla, un animo imbattibile che sapeva curarsi da sé si è gonfiato di dolore, quel male che chiedeva di essere diviso in due, ma, novello debole, non ha saputo farlo.

Non c’è stato un momento preciso in cui la tristezza ha iniziato a non voler sorridere più, non ce la faceva e basta e ad ogni richiesta di sorriso non capiva, non capiva perché gli altri non comprendessero più l’impotenza di un animo triste, non capiva perché non riusciva più a sorridere. Sapete cosa significhi sentirsi talmente tristi da non conoscere da dove venga tutto ciò? Non conoscerne le armi, i sotterfugi, gli inganni malefici … non capire e dover spiegare a chi non vuol capire.
L’animo ha detto di essere triste, deriso perché in “questa casa” non si può essere tristi, ha fatto dietrofront.
Non possiamo essere felici a comando, ci possiamo provare ma una forza oscura ti ricaccia indietro, ti tira per i piedi e ti senti sprofondare, risucchiare nel buio. Prima il mattino era abitato da un sorriso, ora ogni risveglio significa angoscia.

Fino a che i momenti sono diventati precise croci su un calendario. Il calendario non mente e ricorda.
Ricordo tutti i momenti in cui ho visto in faccia il mio dolore e chi lo ha deriso, farli volar via è la mia lotta quotidiana, hanno deriso la mia tristezza, hanno deriso i miei sentimenti scambiandoli per opportunismo, mi hanno detto infantile, mi hanno dato della pazza, mi hanno minacciato … ma non mi hanno aiutato.

Abbandono.

Sai cosa significa questa parola?

Sentirsi indegni di qualsiasi aiuto, INDEGNO, non hai meritato qualcosa, c’era una gara? Non sei riuscito a vincere? Qualcuno era migliore di te e, arrivato primo, per merito o nascita, ha meritato tu invece no, indegno di premio, di vittoria, di aiuto e consolazione.
Indegno. Non troppo povero, non troppo malato, non troppo solo, indegno per non aver superato il test della carità?
Indegno per tristezza osmotica. Indegno perché … non puoi essere triste.
Abbandono.
Tutto crolla intorno e la mano che tendi sul baratro pian piano scivola, un dito, poi l’altro … stai sudando, i nervi tesi, te li senti in tutto il corpo, non c’è più nessuno lì su … anzi sì, qualcuno prega che potrai sorridere … MA CHI SE NE FREGA!

Quando la vita ti mette alla prova non stai lì a comparare i dolori, da fuori ti diranno che ci sono dolori più grandi, ma i dolori sono grandi per chi li vive, sono dolori e basta. Avrei voluto raccontare le bugie dette a fin di bene, allentare un momento la forza che in ogni singolo giorno cercavo negli angoli di vita e versare qualche lacrima con un’amica, avrei voluto una mano sulla spalla.
Niente. Solo perché ero troppo triste. Troppo triste? È facile essere amici di chi sorride sempre.

Egoismo.

E non c’è un momento preciso in cui comprendi che tutto questo ti ha trasformato.
Ogni giorno è abitato dalla paura, assale, accelera i battiti di un cuore che alla fine cederà; ogni giorno è abitato dal silenzio, dall’indifferenza per tutto e tutti, nessuna pietà, amore, bene. Pietà per nessuno, un senso di schifo ti invade e non credi più in niente.
Rivedere tutto con ragione, tutto diventa bugia, tutto diventa una marea di bugie, “dietro quella porta non ci sarà nessuno, se non tu, sola” era vero, presagio di un futuro nel quale a nessuno sarebbe fregato niente.
Sai cosa significa vivere ogni giorno con la paura che ti perseguita? Bussa al mattino e si riaffaccia impunita in ogni maledetta ora, incubo nella notte angoscia incontrollabile di giorno … paura di cosa?  …
Suonare la stessa musica, leggere gli stessi testi, guardare gli stessi sorrisi … luoghi … e non sentire assolutamente niente?
Chiedersi infine: ma chi sarà la me vera?
Infine odiare … quando hai gridato aiuto e nessuno ha risposto non senti più chi veramente risponde e consumi un animo ormai inservibile odiando … fino al silenzio. Odiando perché non sei utile più a niente e a nessuno, odiando perché ti hanno fatto sentire inutile, bugiarda, cattiva, “inutilmente triste” e ora hai smarrito la strada e sei lì a chiederti perché non puoi essere triste se non sai più fare altro.
So solo una cosa: le scuse diventano banali parole quando l'egoismo vince e infine la verità ti travolge e dice che voler bene non implica che te ne vogliano, io non avrei mai abbandonato nessuno tanto meno minacciato, purtroppo la rabbia ha parlato per me e ho superato il limite, ma non credevo ...